Nelle ultime settimane sull’accesso dei minori alla rete - ed ai social network in particolare - molte nazioni hanno preso decisioni restrittive; Francia divieto per gli under 15, Spagna under 16, idem il Regno Unito mentre altri governi stanno valutando misure analoghe. Al di là delle poche differenze tra i singoli provvedimenti/divieti, l’accesso ai social non è più considerato una questione privata o famigliare, ma un tema che attiene alla tutela dei minori, alla salute pubblica, all’educazione. Il cuore della questione, a mio avviso, non è solo quello di fissare un’età, decisione parzialmente comprensibile; un divieto, infatti, ritarda l’accesso ai social senza costruire le competenze necessarie per abitare e vivere appieno il mondo digitale. Non è cosa avviene “durante” la navigazione in rete che è strategico, ma ciò che viene “prima e dopo” a fare la differenza: ruolo di famiglie e scuola, responsabilità delle piattaforme, capacità delle istituzioni di accompagnare una trasformazione digitale che attiene al mondo intero ed alla quale - ça va sans dire - non ci si può opporre in alcun modo. Il rapporto tra minori e tecnologie digitali è un fenomeno complesso, nel quale si intrecciano fragilità individuali e relazionali, attenzioni e dinamiche familiari interfacciate con piattaforme progettate per catturare e prolungare l’attenzione degli utenti. Ecco perché i divieti sono riduttivi; sono, come dice Matteo Lancini, la scelta che serve a noi adulti per …lavarci la coscienza. Nel rapporto tra bambini e dispositivi digitali, la Società Italiana di Pediatria è stata chiara: niente schermi sotto i due anni, uso limitato tra i due e i cinque, stop durante pasti e prima di dormire, accesso a Internet accompagnato da un adulto possibilmente capace, perchè l’educazione digitale riguarda innanzitutto gli adulti. Sono loro a decidere quando consegnare il primo smartphone e, soprattutto, quali esempi offrire. E l’esempio di noi adulti nel caso di specie, difficilmente sarebbe stato seguito dall’Emile di Rousseau! Il tema è ancora più urgente se guardiamo alla violenza negli ambienti digitali. In Italia i dati ISTAT mostrano che il 21% degli 11-19enni subisce con frequenza almeno mensile episodi offensivi, aggressivi o di esclusione. Il vero problema dunque non è a quale età si possa aprire un profilo social ma quale ambiente digitale vogliamo costruire per le nuove generazioni; proteggere – che non è vietare – presuppone ben altro: significa chiedere alle piattaforme una responsabilità proporzionata al potere che esercitano sulla vita di milioni di ragazze e ragazzi, significa creare pari opportunità di intervento e significa soprattutto educare. Per intanto ci si accontenta, sbagliando, del divieto; plaudiamo alla “tolleranza zero” – slogan da campagna elettorale buono per gli utili idioti; ma cosa accadrà quando i ragazzi, prima o poi, entreranno nel mondo digitale? Saranno più maturi solo perché avranno quindici anni anziché quattordici? Sedici e non tredici? Suvvia, siamo seri! Il dibattito dovrebbe oltrepassare la contrapposizione tra favorevoli e contrari ai divieti; dovrebbe ignorare tifo da stadio e scontri fra sciocchi hooligans. Un dibattito serio – non ulteriormente differibile - presuppone tempi distesi, toni pacati, riflessione. La questione centrale non riguarda soltanto l’età in cui un ragazzo può aprire un profilo, ma il tipo di cittadino digitale che vogliamo formare. I limiti anagrafici dovranno accompagnarsi a un investimento deciso nell’educazione digitale, nella formazione degli insegnanti, nel coinvolgimento di scuola e famiglie, nella creazione di spazi di partecipazione diffusi, in un diverso e più ampio modo di abitare i luoghi: fisici e digitali. Il problema non è crescere con i social network, ma farlo senza gli attrezzi culturali necessari per comprenderli, cioè senza “educazione”. Il problema è educare al digitale non sequestrare i telefonini. Educare i ragazzi non è sorvegliare, né vietare; è renderli capaci di stare nel mondo, anche quello onlife, con padronanza, autonomia, responsabilità, pensiero critico, attenzione. Dato che l’universo social è pericoloso, insidioso e complesso possiamo anche rinunciare ad educare: ma non chiamiamoci più … adulti!
Social e minori. Il dirigente scolastico Capria: "vietare senza educare non serve"
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